Perché diciamo NO alla riforma costituzionale

In autunno si svolgerà il referendum sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi, un atto politico che potrebbe suggellare (o affossare) le riforme messe in cantiere dal governo in carica.

Come sempre gran parte del dibattito si fonda su questioni ideologiche, chi invoca la sacralità della costituzione nata dalla resistenza, chi risponde dicendo che i veri partigiani voteranno sì, chi insegue l’elettorato grillino sbandierando la presunta abolizione del Senato, chi invita a votare no per mandare Renzi a casa.

In mezzo a tutto questo marasma mediatico, l’unica cosa a non essere analizzata e discussa è il reale contenuto della riforma.

Noi di Avanti abbiamo cercato di farlo dal punto di vista che ci compete, ossia quello lombardo, analizzando i cambiamenti nel rapporto tra Stato centrale ed enti locali. Ci siamo quindi concentrati sulle modifiche al titolo V della costituzione.

In breve, i punti principali sono:

1 – Eliminazione delle materie concorrenti, che ritornano (quasi totalmente) di esclusiva competenza dello stato centrale.

2 – Inserimento della clausola di supremazia, tramite la quale il governo potrà intervenire anche nei residui ambiti di competenza regionale se lo riterrà necessario per l’interesse nazionale.

3 – Abolizione definitiva delle province, che verranno sostituite da enti di area vasta, di cui ancora non si conoscono i dettagli.

Come si può già vedere, non si tratta certo di una modifica in senso federale, quanto piuttosto di una parziale ritrattazione della riforma del 2001.

Dal punto di vista burocratico-amministrativo ha certamente senso definire (finalmente) in maniera chiara e netta la suddivisione di competenze tra stato ed enti locali. Tuttavia, invece di una suddivisione equa ed intelligente, si è preferito accentrare le materie cogestite. Questo perché, per ogni competenza ceduta, sarebbe stato necessario aumentare di conseguenza i trasferimenti, o (eresia!) attuare un vero federalismo fiscale. Cosa che a Roma, indipendentemente dal colore di chi governa, non si sognano minimamente di fare.

Si obietterà che è stata mantenuta la possibilità, per le regioni virtuose, di richiedere la devoluzione di alcune competenze, a patto che abbiano i conti in ordine. Verissimo, ma oltre ad essere già previsto dalla Costituzione attuale, questo meccanismo non è mai stato utilizzato dalla sua introduzione dal 2001. Per le probabili motivazioni, invitiamo alla rilettura del paragrafo precedente.

In ogni caso, anche nell’improbabile possibilità che una forte maggioranza regionale riesca a strappare larghe competenze al governo centrale, lo Stato potrà (sia mai che qualcuno faccia il furbo) intervenire legislativamente nelle materie di esclusiva competenza regionale, per preservare l’interesse nazionale. Tradotto: continuare il sacco della Lombardia, senza il quale l’apparato statale chiamato “Italia” si dissolverebbe dall’oggi al domani.

A condire il tutto, l’abolizione definitiva di un ente locale importantissimo per la Lombardia, le province.

Additate all’opinione pubblica come la causa di tutti i mali e definite uno spreco di denaro pubblico, sono entrate nel mirino del governo Monti nel 2012, che ha imposto i primi tagli. L’azione di smantellamento è continuata con la riforma Delrio del 2014, che le ha trasformate in enti di secondo livello (non elettivi), svuotandole contemporaneamente di gran parte delle loro competenze. Mentre il colpo di grazia arriverà con questa riforma.

E i conti pubblici? Mentre qualche burlone preventivava addirittura il risparmio di svariati miliardi di euro, la CGIA di Mestre stimò al massimo una riduzione di spesa di circa 500 milioni (sui 13 miliardi gestiti dalle province), un’inezia, confrontata agli oltre 800 miliardi di spesa pubblica dello Stato centrale (circa lo 0,06%). Questo perché, come poi si è scoperto (che arguzia!), i compiti amministrativi svolti dalle province non sarebbero spariti, ma avrebbero dovuto accollarseli le regioni. Un esempio su tutti, la manutenzione delle strade (appunto) provinciali.

Oltre a rappresentare un pezzo di storia della Lombardia (le loro conformazioni territoriali discendono dai liberi comuni medioevali), in una regione che ha le dimensioni di uno stato è necessario un ente di raccordo tra i 1530 comuni (che vanno dalla metropoli milanese al piccolo paesino di montagna) e il governo regionale. Snoccioliamo qualche dato:

– Lombardia: 10 milioni di abitanti, 12 (ormai ex) provincie, e 1530 comuni.

– Svizzera: 8 milioni di abitanti, 26 cantoni e 2324 comuni.

– Austria: 8,5 milioni di abitanti, 9 stati federati e 2381 comuni.

– Baviera (Germania): 12 milioni di abitanti, 7 distretti governativi, 71 circondari + 25 città extra circondariali, 2056 comuni.

Direi che c’è poco da aggiungere, tranne che sarebbe meglio invece abolire le prefetture, lascito napoleonico tanto apprezzato dal fascismo, quelle sì enti inutili, se non a Roma per controllare capillarmente anche il più lontano angolo dell’impero.

E i cosiddetti enti di area vasta? Per ora soltanto nominati, ancora non si conosce praticamente nulla del loro ordinamento, se non che sarà deciso dal governo centrale.

Ultima risorsa dello strenuo sostenitore della riforma, l’appellarsi alla trasformazione del Senato, che diventerebbe l’organo di rappresentanza degli interessi regionali per controbilanciare lo strapotere statale, espresso nella clausola dell’interesse nazionale di cui parlavamo in precedenza.

Ebbene, fatta eccezione per le leggi costituzionali e poco altro, la natura del nuovo Senato (che non sarà più elettivo) sarà puramente consultiva, irrilevante rispetto alla Camera. Si tratta, quindi, di una foglia di fico con cui mascherare la realtà del neo-centralismo a cui questa riforma ci condannerà.

Chiudiamo con le illuminanti parole di Maria Elena Boschi, che ci riassume in poche righe il contenuto della sua riforma:

Sono convinta che ridurre il potere legislativo delle Regioni sarà uno strumento di maggiore sviluppo per il Paese”.

E invece noi no, caro ministro. La Lombardia è uno dei quattro motori d’Europa, nonostante la zavorra italiana. E invece di metterla in condizione di correre e trascinare alla ripresa economica anche il resto della penisola, pur di spremere altri soldi per tamponare (inutilmente) le falle della spesa centrale, la asfissiate ulteriormente.

Per questo motivo noi di Avanti Lombardia ci saremo e faremo campagna per il NO.

Abbiamo già 54 miliardi di buoni motivi per volere l’autogoverno.

Non ce ne servono altri.

Gianluca Zanchi

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3 pensieri su “Perché diciamo NO alla riforma costituzionale

  1. Fortuna che esiste gente come voi!
    Basta essere derubati ogni giorno.
    Ci tolgono 54 miliardi di euro l’anno. Ci sono 10 milioni di Lombardi. Questo significa che la Lombardia potrebbe, idealmente, distribuire 5.400 euro/anno a tutti i cittadini. Una famiglia di 4 persone potrebbe idealmente ricevere quindi più di 20.000 euro/anno.
    Ecco il furto che Roma ci fa: quanti servizi e aiuti sociali potremmo garantire, altro che “fanalino” d’Europa!

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  2. Chi vota SI è un amante degli stati centralisti e centralizzatori. La riforma perfetta per nazionalisti, fascisti e cose simili.

    I VERI federalisti/autonomisti/indipendentisti sanno che questa riforma non è la direzione giusta da prendere. (E comunque, non porrà tutti questi miglioramenti reali che piddini e comitati del SI vogliono farci credere)

    A Ottobre votero NO perchè: 1. E’ una riforma centralista, scritta male e che non porterà alcun miglioramento. Ma poi, nel 2016 parliamo di CLAUSOLE DI SUPREMAZIA??? 2. PD e comitati del SI ci stanno prendendo per il culo sui reali contenuti. Sarà un motivo futile, ma non sopporto politicamente i cialtroni.

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